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Il trust “italiano” sul settimanale Milano Finanza

Il prestigioso settimanale economico e finanziario milanese della Class Editori di Paolo Panerai torna sul trust della famiglia Caltagirone, di cui molto si è parlato come già riferito nella nostra rassegna stampa di Studio Marsicano Corporate. Nelle pagine di Milano Finanza di questa settimana a firma di Roberta Castellarin e Paola Valentini, dedicate ai “paradisi quasi perduti” e alle pratiche delle basse tassazioni, trova spazio anche un’ottima sintesi della percezione del trust in Italia: più precisamente il trust “all’italiana”, scrivono le due giornaliste, supera tutti gli esami. Per Castellarin e Valentini decisamente il trust non è più uno strumento per super ricchi che nascondono i propri capitali in paradisi fiscali dai nomi esotici. Negli ultimi tempi anche in Italia il trust comincia a farsi spazio per merito dell’evoluzione della normativa fiscale che ormai riconosce a tutti gli effetti questo veicolo di protezione e di passaggio generazionale dei patrimoni. Questo è, per esempio, l’obiettivo del trust istituito nell’estate scorsa dal finanziere e costruttore romano Francesco Romano Caltagirone per conferire ai suoi tre figli un attivo costituito da immobili per oltre 15 milioni di euro, interamente basati in zone di pregio a Roma e ripartiti in cinque società. «Il trust è uno strumento utilizzato in ambito internazionale da più di mille anni, ma è stato spesso usato anche per fini non proprio educativi per sfruttare le maglie larghe di alcune legislazioni», spiega Carmine Carlo, presidente di Mpo Trustee, società dedicata alla tutela dei beni mobiliari e immobiliari di singole aziende. Ma ora la grande lotta all’evasione e al terrorismo ingaggiata dagli Stati rende sempre più difficile e complicato utilizzare strutture internazionali per avere determinati vantaggi. «Una battaglia che sta alzando sempre più il tiro, prova ne è, per esempio, l’accordo trilaterale sulla pianificazione fiscale internazionale tra Germania, Francia e Gran Bretagna che sarà portato all’attenzione del G8 della prossima estate e che mette nel mirino le multinazionali tipo Google e Amazon», spiega Carlo. Un ruolo importante lo gioca anche la guerra al riciclaggio dei denaro per cui oggi, in ambito europeo, quando si apre un conto bisogna dichiarare il titolare.

Tutto ciò rende complicato l’utilizzo di strutture dislocate nei paradisi fiscali, i soggetti che lo possono fare sono sempre meno, è così diventa sempre più necessario operare con strutture nazionali. Non solo. Oggi con la crisi gli imprenditori hanno bisogno di avere la liquidità a portata di mano perché le banche hanno stretto i rubinetti del credito e non li hanno ancora riaperti. «In particolare nella fascia media è diventato veramente molto difficile e antieconomico portare avanti determinate strutture off-shore», prosegue Carlo, «il rischio è di essere ricchi all’estero ma di restare poveri in Italia», commenta Carlo. Non a caso di recente si registra un aumento dell’uso del trust in Italia: in effetti il trust si poteva usare dagli anni 90 ma mancava la normativa fiscale, poi la legge finanziaria del 2007 e una circolare 2008 hanno fatto chiarezza e per questo l’uso del trust in Italia ha avuto un incremento importante solo dopo il 2008. «Oggi lo strumento trust all’italiana lo troviamo nella dichiarazione dei redditi, se ne occupano i tribunali nei casi di matrimonio e divorzio, inizia a essere usato da tutti i professionisti con un rapporto con l’Agenzia delle entrate completamente diverso rispetto al passato», spiega Carlo. La figura chiave è il trustee che rappresenta il soggetto terzo al quale viene trasferito il patrimonio mobiliare e immobiliare con soltanto l’obbligo di amministrarlo. Una delle caratteristiche più apprezzate del trust è infatti la segregazione del patrimonio conferito, cosicché questo risulterà insensibile ad ogni evento pregiudizievole che coinvolge personalmente uno o più soggetti protagonisti del trust. «Il mercato italiano dei trustee è fatto da singoli professionisti, piccole imprese, pochissime spa e banche. I costi? In media 5-6 mila euro l’anno, con punte di 20-25 mila euro, secondo le rilevazioni di Milano Finanza. Quanto al patrimonio, «nell’immaginario collettivo l’idea del trust è legata ai patrimoni molto elevati, ma in realtà oggi si parte anche da 600 – 700 mila euro di asset, il valore di un trilocale in zona centro città. Sul fronte fiscale, il trasferimento del patrimonio al trust sconta un’imposta di successione e donazione con aliquota minima del 4% con una franchigia di 1 milione di euro. «Una soglia che in realtà non viene superata spesso, anche perché in caso di immobili si considera il valore catastale e la franchigia è calcolata per ogni beneficiario», sottolinea ancora Carlo. Tutti i redditi prodotti dal patrimonio in trust pagano l’imposta Ires con aliquota proporzionale del 27,5% mentre per le persona fisiche l’aliquota dell’imposta sui redditi è progressiva e arriva fino al 43%. E’ anche prevista l’esenzione del 95% dei dividendi trasferiti da società di cui il trust è socio.

Roma, sabato 23 febbraio 2013